Silvia, che racconta il cancro. E lo vince

“Non sai mai quanto sei forte finché…”
Su Redattore Sociale ho raccontato la storia di Silvia Cannata , trentenne catanese da 5 anni a Milano, che ha documentato sui social la sua lotta al ‪‎linfoma‬ con sincerità e ironia. E c’è anche il lieto fine. Il coraggio, la bellezza e l’intelligenza. 

Per mesi ha documentato su Facebook la sua personale lotta contro un brutto linfoma al mediastino (o di Hodgkin). Lo ha fatto aggiornando tutti sulla sua difficile terapia (“Chemio ad alte dosi oggi, vita ad alte dosi domani!”), sempre dotata di grande ironia e ottimismo. Fino all’annuncio della vittoria definitiva contro il male: la pubblicazione della PET lo scorso 28 ottobre, dove l’ospedale di circolo di Busto Arsizio certifica la risposta positiva ai trattamenti effettuati. Sotto, una sua nota scritta a mano con pennarello rosa: “Sono guarita!”.

Silvia Cannata, 30 anni, catanese ma trasferitasi cinque anni fa a Milano per un master e i primi lavori nel mondo del marketing della moda, subito dopo la laurea nell’università etnea in Scienze della comunicazione internazionale è stata seguita con affetto dalla sua piccola comunità di amici reali e virtuali sul popolare social network. Centinaia i like al momento della bella notizia che certifica la vittoria della giovane donna sul tumore. Le cellule tumorali sono oramai del tutto assenti, anche se Silvia, come tutti gli ammalati di cancro, dovrà periodicamente sottoporsi a controlli per i prossimi cinque anni.

Qui il pezzo per intero.

 

 

#IRicercati: giornalismo e ricerca, sul web binomio possibile

De #IRicercati avevo già parlato qui e adesso il momento più bello è arrivato. Il lancio della prima puntata è avvenuto ieri e subito il contatore delle visualizzazioni ci ha dato ragione: di ricerca in Italia si può parlare. Se tiriamo fuori dai cassetti prototipi, brevetti, scommesse e li raccontiamo con precisione giornalistica e spirito divulgativo, allora la scienza diventa davvero per tutti. La chiave dell’apprezzamento potrebbe anche risiedere nella scelta di un webformat giovane, dalla grafica colorata e dal linguaggio immediato, a grado accademico zero.

In Evviva la batteriocina un’equipe di ricercatori del laboratorio di Microbiologia molecolare e Antibiotico Resistenza (M.M.A.R.) dell’Università di Catania sta sperimentando un nuovo studio di profilassi con l’obiettivo di prevenire alcune infezioni delle alte vie respiratorie, come l’otite, e relative ricorrenze in età pediatrica. Si tratta della batterioterapia, ossia l’uso di microrganismi buoni, e dunque non patogeni. Questi ultimi sono in grado di produrre una sostanza naturale che si chiama batteriocina, a sua volta in grado di eliminare due patogeni molto importanti, e cioè lo streptococcus pneumoniae e lo streptococcus pyogenes. Il microrganismo buono usato in questo caso, lo streptococcus salivarius, potrebbe essere in grado di colonizzare le alte vie respiratorie crescendo al posto dei microrganismi patogeni.

 

Free tools per il giornalismo a #Glocal14

Il 14 novembre sono stata a Glocalnews, il festival di giornalismo di Varese. E ancora una volta ho ritrovato una vivacità eccezionale e gli amici-colleghi di OnaItalia. Insieme abbiamo organizzato un workshop di formazione e stavolta ho puntato su una ricca collezione Tools gratuiti per il giornalismo. Un lavoro lungo, ma ne è valsa la pena.

La news industry non esiste da tempo

Confrontarsi sul presente e sul futuro della professione giornalistica è sempre importante, soprattutto se si ha l’occasione di farlo con Mario Tedeschini Lalli,  che ha sempre messo al centro del suo lavoro l’analisi dell’informazione accompagnata da una vastissima esperienza personale. L’incontro dello scorso 18 ottobre a Catania, in occasione di un corso di formazione organizzato da Assostampa Catania con l’Ordine dei giornalisti di Sicilia,  è stata una di queste occasioni preziose che lo stesso Tedeschini racconta nel suo blog Giornalismo d’altri (dove troverete anche il link alle sue slide).

Qui scrivo solo per dire che occasioni come questa dovrebbero essere create a prescindere dai “Corsi a punti” dell’Ordine, più volte e con più voci sempre qualificate e varie. Ho cercato di ritagliare un percorso che parte dal giornalismo post industriale di Emily Bell e approda all’esigenza della specializzazione per salvare la qualità dell’informazione “sia perché il futuro, rammentano, è già qui, sia perché una cosa chiamata news industry in realtà non esiste già da tempo” (V.Marino su #IJF12). Ecco le slide usate durante l’incontro:

#Salvatoretagliailpizzo, il video è virale

Salvatore non trova lavoro e per questo pensa di aprire un’attività in proprio. Ma si scontra con i due grandi ostacoli: la burocrazia e il pizzo. Alla fine, decide di tagliare quest’ultimo. È questa la storia di Piacere Salvatore il nuovo video autoprodotto, senza l’ausilio di sponsor o etichette discografiche, ironico e coloratissimo, per dire no al racket delle estorsioni, che ha l’ambizione di diventare virale. Anzi di più.

Scaricandolo con soli 99 centesimi da ITunes, Google Play e nei principali store digitali, si può contribuire al finanziamento dei comitati Addiopizzo di Palermo, Catania e Messina. Il video è stato girato tra Catania e Paternò e a idearlo è stato il cantautore catanese Paolo Antonio, che lo ha scritto e interpretato; la regia è dei Fratelli Bruno e di Fabrizio Urso, con l’arrangiamento di Carlo Longo.

Un’operazione che ha visto uniti gli artisti e i ragazzi di Addiopizzo, con Paolo Antonio che indossa i panni ora di Salvatore, ora del mafioso, in un divertentissimo gioco delle parti. Il video – che può anche essere diffuso sul web nella sua versione gratuita installata su Youtube con l’hashtag #salvatoretagliailpizzo- è stato lanciato ufficialmente dalla sede di Addiopizzo di Catania.

 

Il mio pezzo su Repubblica.it

Salvo La Fata, morto di disoccupazione

Salvatore La Fata non ce l’ha fatta. Il disoccupato edile di 53 anni che lo scorso 19 settembre si era dato fuoco per disperazione a Catania, è spirato stamattina all’ospedale “Cannizzaro”. Dopo un iniziale ricovero all’ospedale di Acireale, l’uomo era stato trasferito al Centro grandi ustioni catanese, ma la gravità delle ferite riportate non gli ha permesso di sopravvivere.

La Fata non lavorava da due anni ma coltivava il sogno di riprendere ad operare nel settore dell’edilizia. Lo scorso 19 ottobre si trovava in piazza Risorgimento, uno spazio storicamente popolato da ambulanti abusivi. Qui si vende di tutto: dalle lumache vive da fare al sugo alle alghe commestibili, dal pesce alla frutta rubata.  E La Fata vendeva abusivamente verdura per tentare di sbarcare il lunario, ma a fronte del sequestro della merce da parte dei vigili urbani ha deciso di farla finita. Non ha retto al divieto dei vigili, non ha retto al confronto (inevitabilmente duro) con le divise. Ha minacciato di suicidarsi e non è stato creduto. Alcune telecamere hanno ripreso l’accaduto: La Fata ha acquistato una bottiglia di benzina nel rifornitore della piazza e si è dato fuoco.

Subito dopo la tragedia è esplosa anche la rabbia dei familiari che avevano annunciato una denuncia nei confronti dei vigili per “istigazione al suicidio”. Difficile giudicare, troppo facile intuire il dolore. A una settimana dall’accaduto, in piazza Risorgimento si è anche tenuta una manifestazione di solidarietà e protesta dei lavoratori edili catanesi che chiedono opportunità di occupazione con il rilancio di lavori pubblici in città. Le gare per far ripartire i cantieri possono essere riformulate. Perché non si procede?

*foto quotidiano La Sicilia

Il mio pezzo su Repubblica.it

#Ona14, it’s girl power time. Oppure no?

Metti quattro chiacchiere dedicate alle donne leader dei media, ma fatte a Chicago nel bel mezzo di #Ona14, la convention annuale della Online news association che quest’anno si tiene nella più grande città dell’Illinois. Le donne che fanno informazione e innovazione, un binomio affascinante ma difficile, è il tema del confronto che ho potuto seguire a distanza, grazie a Twitter. Qui di seguito trovate il mio Storify dell’iniziativa. Notare la frase chiave: “When men are perceived as innovative leaders, women could be perceived as bossy. #impostersyndrome“. A donne buon intenditrici…

#Acqualta, il sensor journalism possibile

A Venezia i sensori e i dati aperti monitorano l’acqua alta con un progetto a costo zero per la collettività. Merito di scienziati e di appassionati di open data, e dei cittadini stessi. Ma in ballo c’è di più. Il progetto #Acqualta rivela come in Italia sia già possibile allestire una squadra di sensor journalism, mettendo insieme le competenze degli scienziati, degli analisti e dei giornalisti. Qui ce ne parla Luca Corsato, tra gli ospiti al panel tenutosi il 20 settembre a Prato, nel corso di Dig.it 2014, dedicato proprio al sensor journalism.

I sensori, come si legge nel sito ufficiale del progetto, divulgano i data via Twitter. Ecco come: “forniscono il livello di marea ogni 2 minuti la prima e ogni 10 minuti la seconda. I tweet vengono inviati con cadenza massima di uno ogni non più di 8 minuti per via delle limitazioni antispam di Twitter. Per evitare inutili preallarmi, quando la marea è al di sotto dei +60 com, i tweet vengono inviati ogni mezzora, al salire della marea, la frequenza aumenta”.

 

Ma i dati da soli non parlano. Ci vogliono i giornalisti a fare da mediatori e ideatori di palinsesti. Anche perché il dato, da solo, non informa. E, come ha detto lo stesso Corsato, più una testata o un gruppo di lavoro è local, più il sensor journalism ha senso. Non a caso a Prato c’era parte della squadra di ArdOmino, l’ esperimento di engagement sui dati con l’obiettivo di trasformare il dato in frasi capaci di produrre “conversazione”. Valentina Grasso lo ha spiegato benissimo al tavolo di Dig.it.

 

Qui invece trovate le slide di Corsato, molto esplicative, presentate lo scorso luglio all’Odg Veneto.

Giornalismo, storytelling e video a Dig.it

Professionalmente non sono figlia della tv, eppure negli anni ho compreso sulla mia pelle quanto lo storytelling visuale nel giornalismo abbia assunto un peso fortissimo, sempre più centrale.
Mi sono formata in un quotidiano a partire dai primissimi anni Novanta e per oltre dieci anni; tutta scrittura, giro di controlli, fonti in carne ed ossa, documenti rigorosamente di carta, desk, fax, telefonate ai posti di polizia in ospedale, ricevitori scanner che facevano da colonna sonora alle nostre giornate in redazione e le famose scarpe consumate. Le consumavo davvero.

Che le storie oggi si raccontino soprattutto con l’immagine é una verità sotto gli occhi di tutti, adesso che facciamo i conti con video sul web, fotogallery, mappe, flussi di data da filtrare e da visualizzare. Ma non è ancora abbastanza.
Per esempio, non tutti hanno compreso fino in fondo quanto le piattaforme video, YouTube in particolare, possano diventare preziosi alleati dei giornalisti, soprattutto dei freelance. È importante conoscerne le potenzialità, gli strumenti utili all’editing veloce ed alla promozione dei propri contenuti, nonché al coinvolgimento degli utenti in community. Il workshop è dedicato ai videogiornalisti, a chi lavora in ambito multimediale, al desk di un sito e ai blogger professionali.
Produrre un contenuto giornalistico in video, caricarlo -quando lo si ricorda- e lasciarlo al suo destino su Youtube è praticamente un reato contro sé stessi di cui spesso mi sono macchiata anche io. Non accadrà il miracolo: i nostri lavori, anche se ben fatti, non saranno scoperti come meritano se non utilizzeremmo piccoli ma importanti accorgimenti.
Il workshop che terrò oggi a Digit, la manifestazione interamente dedicata al giornalismo digitale organizzata da Lsdi che quest’anno si tiene a Prato (l’appuntamento con “Piattaforme video: potenzialità e strumentalità multimediali” si terrà dalle 16,40 alle 17,40 e si tratta di un workshop che ho organizzato con gli amici di ONA Italia ),  punta ai tools indispensabili, all’ottica di metriche, trend e rapporti aggiornati per fare di Youtube un alleato per la promozione del proprio lavoro, ma anche per chi lavora dentro le aziende in un’ottica da desk maneggiando i contributi propri e dei collaboratori.

 

aggiornamento del 21 settembre

Ecco le mie slide:

#Daleggere: Working on web

 

Ci sono testi sulla comunicazione e il giornalismo utili e aggiornati, completi, rigorosi persino. Solo che non riescono a fare la differenza per chi  giornalista lo è già da molti anni.

Non è il caso di  Working on web. Giornalisti e comunicatori: come non si inventa una professione di Daniele Chieffi, Claudia Dani e Marco Renzi-   un testo che con semplicità , competenza e chiarezza riesce finalmente a portare avanti una missione non semplice: mettere ordine tra le nuove professioni del web e mettere a fuoco delle verità che in Italia forse sono in pochi ad avere capito. Il messaggio di Working on web è chiaro: se si vuole ancora fare questo mestiere bisogna comprendere verità non facili da accettare. Per esempio che si va sempre più delineando la sovrapposizione tra giornalismo e comunicazione aziendale ( il che dovrebbe portare a comprendere che fenomeni come quello del brand journalism non sono affatto marchette travestite da modernità), che le aree di delimitazione tra giornalisti ed addetti stampa professionisti vanno sempre più sfumando, che esistono giovani giornalisti che invece di chiedersi senza soluzione quale sia il migliore modello di business per restare a galla sul mercato, si mettono insieme e inventano qualcosa di nuovo ( FPS ne è un esempio, e, sorpresa, funziona), Ma anche che oramai il dialogo con i lettori è orizzontale. Finiti i tempi delle lettere al direttore, dei messaggi di protesta. Perché il dialogo tra lettore e  media è ovunque: sui social, sui siti dei giornali, sui blog. La community non è più “roba da blogger” ed è la stessa community che determina la diffusione della storia che si racconta.

Certo, è un libro che può fare anche male. Per esempio quando ricorda che le nuove professioni del giornalismo non prescindono da una minima conoscenza del linguaggio di programmazione, di un buon software per il trattamento dei data e della loro visualizzazione, o di un programma professionale di video e foto editing.
“Ma quante vite dovrei avere per imparare tutto?”, mi ha detto qualche giorno fa un collega. Gli ho risposto che non sarà semplice, che aggiornarsi costa tempo e denaro, qualche volta anche la frustrazione di non essere tagliati per il coding o per girare e montare filmati, tanto per fare un esempio.

Ma vale la pena cercare storie e poi lasciarle fuori da un mondo che gira diversamente da dieci o vent’anni fa? Vale la pena lasciare che le redazioni chiudano e non poter immaginare altro?
Questo libro va letto con la matita in mano. Non per correggerlo ma per segnare tutto quello che  manca e tutto quello che potremmo dare e ricevere dal giornalismo e dalla comunicazione. Senza fanatismi ma con un solo pregiudizio: se hai ancora delle storie da raccontare allora prosegui nella lettura. Altrimenti, cambia mestiere, a prescindere dal web.
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