mafia

#Salvatoretagliailpizzo, il video è virale

Salvatore non trova lavoro e per questo pensa di aprire un’attività in proprio. Ma si scontra con i due grandi ostacoli: la burocrazia e il pizzo. Alla fine, decide di tagliare quest’ultimo. È questa la storia di Piacere Salvatore il nuovo video autoprodotto, senza l’ausilio di sponsor o etichette discografiche, ironico e coloratissimo, per dire no al racket delle estorsioni, che ha l’ambizione di diventare virale. Anzi di più.

Scaricandolo con soli 99 centesimi da ITunes, Google Play e nei principali store digitali, si può contribuire al finanziamento dei comitati Addiopizzo di Palermo, Catania e Messina. Il video è stato girato tra Catania e Paternò e a idearlo è stato il cantautore catanese Paolo Antonio, che lo ha scritto e interpretato; la regia è dei Fratelli Bruno e di Fabrizio Urso, con l’arrangiamento di Carlo Longo.

Un’operazione che ha visto uniti gli artisti e i ragazzi di Addiopizzo, con Paolo Antonio che indossa i panni ora di Salvatore, ora del mafioso, in un divertentissimo gioco delle parti. Il video – che può anche essere diffuso sul web nella sua versione gratuita installata su Youtube con l’hashtag #salvatoretagliailpizzo- è stato lanciato ufficialmente dalla sede di Addiopizzo di Catania.

 

Il mio pezzo su Repubblica.it

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Il martire ragazzino e la cassetta in garage

Non c’è poi così tanta polvere su un box di cartone dimenticato in un garage per vent’anni. C’è muffa, invece, e l’ingombro di decine di videocassette che allora dovevano sembrarmi irrinunciabili.

Se sono tornata in garage a recuperare una vecchia VHS è tutta colpa di Pino Finocchiaro e del suo “La mafia grigia” (Editori Riuniti) , un bel saggio che porta un sottotitolo fondamentale: “La cupola dei colletti bianchi”. Vent’anni fa, a Catania, si contavano i morti ogni giorno o quasi. Ne scrivevamo, tra città e provincia, di almeno un centinaio all’anno. Ma nel 1992 un diciottenne sparì in un quartiere vicino al mio ed eravamo quasi coetanei.

Lo conoscevo bene. Si chiamava Giuseppe Torre. Sapevamo tutti che suo padre era stato un boss  mafioso ucciso dieci anni prima a Milano e che la madre lo lasciò al suo destino. Però Giuseppe era un bravo ragazzo, cresciuto dalla zia e la nonna da quando era in fasce in un contesto sanissimo. Era sempre allegro, legato ai suoi  cugini-fratelli,  ed era un gran lavoratore.

Una sera venne rapito da una finta volante della polizia, in piazza, nel cuore del centro storico di Misterbianco, davanti a decine di amici che vennero persino identificati dagli “agenti”.  L’anno dopo filmai una sorta di mini inchiesta che venne proiettata in paese, nel corso di una fiaccolata contro la mafia ( erano le prime, le più vere allora) e non passava settimana che non aggiornassi il “Giornale di Sicilia” sugli sviluppi del caso. Non sapevamo ancora che Giuseppe era stato bruciato vivo la sera stessa del rapimento su una pila di copertoni d’auto. Venne torturato affinché confessasse verità che non poteva conoscere. La storia fu raccontata da un pentito pochi anni dopo e tutti i TG riferirono di quel ragazzino martire ucciso per sbaglio che aveva solo la colpa di portare un cognome scomodo.

Eppure c’eravamo convinti che potesse essere ancora vivo, “rapito dalla madre, che se l’è ripreso con sé e i suoi brutti giri”, dicevano in tanti. Tutte favole, purtroppo.

Bene, la videocassetta oggi  è ancora lì e il volto di Giuseppe scorre nei frame di quegli incredibili anni ’90.   Pino Finocchiaro racconta i retroscena di quel delitto e, soprattutto, della mafia di quegli anni, per poi arrivare ai meccanismi d’accesso della criminalità nella capitale, all’agenda rossa di Borsellino sparita nel nulla, e ai giorni d’oggi, con il  Caso Catania, i nuovi affari della criminalità organizzata, la mafia moderna.

 

Non esiste coscienza senza memoria, e non esiste memoria senza gli occhi di chi ha visto e poi raccontato. Se vi suona come una frase d’effetto vi sbagliate di grosso. É solo la verità.

 

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Quel Vecchio che non le manda a dire

Tra le tante stranezze siciliane c’è anche quella di un presidente della Regione, oramai dimissionario e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, che sfiducia gli assessori come se fosse ancora in carica.
Raffaele Lombardo, ex governatore della Sicilia, è convinto di poterlo fare, ma Andrea Vecchio, costruttore antiracket sanguigno e con un certo spirito libertario, che tra lo stupore di molti aveva accettato l’assessorato regionale alle Infrastrutture appena novanta giorni fa, la pensa diversamente.
E’ solo una delle tante chicche di una campagna elettorale avvelenata e fuori da ogni logica politica degna di tale nome. Vecchio, però, non le manda a dire e intervistarlo è sempre un’esperienza interessante.
Qui il pezzo di Repubblica.it e qui quello del giornale di oggi. Sotto, la videointervista.

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